Un porto sicuro, quasi per tutti, per 40 anni.
Da questa mattina, con l'arresto di 7 ex terroristi rossi, la Francia non dà più rifugio a chi scappò dagli anni di piombo in Italia, dalle condanne, dai processi.
L'Eliseo parla
di una decisione non in contrasto con la dottrina Mitterrand, ma
tutti sanno che quella consuetudine che il presidente socialista
volle instaurare appena giunto al potere, nel 1981, non ha mai
avuto un quadro giuridico certo.
A fuggire dal clima di guerra civile in cui era precipitato
il nostro Paese, dai maxiprocessi, dalle leggi speciali, dalle
condanne a volte in contumacia, furono centinaia di persone.
Quasi tutti, si parlò di almeno un migliaio di persone,
trovarono rifugio in Francia, dove c'erano già altri 'compagni'
che avevano costruito un rifugio, una rete di protezione.
Mitterrand, primo presidente socialista della Quinta Repubblica,
promise di non estradare nessuno che volesse rifarsi una vita e
garantisse di aver rotto i ponti con la lotta armata. Lasciò a
Louis Joinet, magistrato e consigliere per la giustizia e i
diritti umani del premier Pierre Mauroy, il compito di formulare
i principi - tutti orali - dell'intesa di cui Mitterrand stesso
aveva parlato con Bettino Craxi, che diventerà premier nel 1983.
Un accordo tacito avrebbe consentito di restare in Francia e non
essere estradato anche a chi fosse stato condannato nel suo
Paese. Le condizioni erano abbandonare la clandestinità e
inserirsi con un lavoro normale alla luce del sole in Francia,
non avvicinarsi lì alla lotta armata e non essere stati
condannati in via definitiva per fatti di sangue. Su queste
'condizioni' rimase però un alone di incertezza, anche perché
era di pubblico dominio che la Francia di allora non aveva
fiducia nella giustizia italiana e nei processi di quegli anni.
Nel 1985, durante la visita di Craxi a Parigi, Mitterrand
ripeté che il suo scudo escludeva i "fatti di sangue". Ma due
mesi dopo, al Congresso della Lega per i diritti umani, il
presidente socialista non vi si soffermò più: "Questi italiani
in Francia hanno rotto i ponti con la macchina infernale in cui
erano coinvolti, lo proclamano, hanno cominciato una seconda
fase della loro vita, si sono inseriti nella società francese,
spesso si sono sposati, hanno fondato una famiglia, trovato un
lavoro. Ho detto al governo italiano che questi 300 italiani
sono al riparo da qualsiasi estradizione".
L'Italia non smise mai di presentare richieste di
estradizione: 5 nel 1981, 76 nel 1982, 110 nel 1984, 38 nel
1985, 30 nel 1986... Nessuna fu mai accettata. Nel marzo 1998
l'allora premier socialista Lionel Jospin confermò la protezione
per i fuoriusciti italiani. Si aprì però, nel 2002, la prima
crepa con l'estradizione di Paolo Persichetti, scrittore,
saggista e docente universitario a Parigi. La spiegazione fu che
un pentito aveva affermato che fu lui a sparare al generale
Licio Giorgeri, anche se la sua condanna era stata soltanto
"concorso morale in omicidio". Due anni dopo toccò a Cesare
Battisti, che però riuscì a fuggire in Brasile prima del decreto
di estradizione; quindi nel 2007 a Marina Petrella, arrestata
oggi. In quest'ultimo caso l'estradizione fu bloccata da Nicolas
Sarkozy per motivi di salute.
"Non c'era nessuna dottrina - spiega oggi Oreste Scalzone, ex
leader di Potere Operaio, punto di riferimento della colonia di
rifugiati italiani - era una politica. Mitterrand voleva evitare
che migliaia di persone confluissero in Francia dall'Italia e
andassero a finire in Action Directe (le BR francesi, molto meno
numerose, ndr). Era una politica con la quale Mitterrand riuscì
ad evitare che in Francia si creasse una situazione
'all'italiana'". Da oggi quella dottrina, o quella politica, non
esiste più.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA