ANTONIO GIULIANO (CONVERSAZIONI CON FRANCESCO SOLINAS), "APPUNTI PER UN LIBRO DI RICORDI" (SCIENZE E LETTERE EDITORE COMMERCIALE, pp. 153 - 25 euro). Ci sono libri importanti, saggi la cui lettura può suscitare fondamentali quesiti (magari indicandone possibili risposte), o romanzi che schiudono orizzonti che non si pensavano così distanti. Il libro conversazione (ma sembra più un'intervista) tra lo storico dell'arte e Maitre de Conférences al Collège de France Francesco Solinas e uno dei protagonisti dell'archeologia italiana e accademico dei Lincei, Antonio Giuliano, classe 1930 - Appunti per un libro di ricordi - non appartiene né alla prima né alla seconda categoria, ma è ugualmente un libro importante.
Perché nel distillato delle risposte di Giuliano alle sollecitazioni di Solinas c'è il frutto sedimentato di una conoscenza approfondita (seguita da una riflessione in perenne susseguirsi), si tratti di risposte sintetiche o perfino lapidarie, comunque sempre complete. Il lettore, sistemando come preferisce il novero di tessere di repliche, opinioni e responsi, compone un mosaico di figure che sono il percorso di una generazione, la storia dell'Italia, quando non le radici di buona parte dello scibile umano. Che si tratti delle delazioni della polizia austriaca edite da Carlo Cattaneo nel 1853, degli studi di glittica antica, del significato della Coppa Farnese per Lorenzo il Magnifico o della critica al capitalismo o alla didattica contemporanea. Con una caratteristica che coagula il libro: l'umiltà. Quella dell'intellettuale lontano dalle lusinghe dei palcoscenici, rigoroso nel denudarsi di centinaia di testi per donarli all'Università di Genova (dove insegnò per un periodo), alla Corsiniana, ai Lincei; così come di 20 mila foto a scopo archeologico scattate nei decenni in decine di siti nel mondo, e di vari beni. "Le persone che si sono formate prima della guerra mondiale avevano maggiore apertura mentale, erano più meditati, più attenti, meglio informati, soprattutto più disinteressati", dice in un passaggio del libro. Non parla di sé, ma la definizione gli si attaglia benissimo.
Dai giudizi taglienti - sul Borromini: "anticipatore delle sale d'aspetto degli aeroporti" - Giuliano vede nella mancata "discesa della cultura verso il basso" uno dei problemi del Paese. "La Controriforma è stata diffusa solo nelle classi medie e alte", è cioè mancata una "educazione delle masse, mentre si è appagata solo la classe dirigente, divenuta modello di sviluppo". Chi risponde ha oggi 84 anni e per "oltre metà della vita" ha assistito "alla distruzione dell'Italia, che dal 1948 ha visto ridurre sempre più la propria identità". Seguita, "dal '68 in poi, da un livellamento verso il basso, almeno sul piano culturale". Un'Italia da sempre divisa tra grandi fatti e piccole meschinità: "Cavour aveva grandi capacità politiche ma mentiva sul suo patrimonio per non pagare le tasse".
Dopo la formazione con Giulio Quirino Giglioli, i viaggi intorno al mondo, Giuliano comincia a insegnare a Genova. Passa poco tempo e cominciano gli anni di piombo, dilaga la corruzione, l'Italia cambia. E' il momento per cambiare: "Bisognava ritirarsi e fare qualcosa di utile". Dunque torna a Roma (1975) fonda la rivista Xenia (storia arte antica e storia dell'archeologia) durata dal 1981 al 2001, collabora alla costituzione del ministero dei Beni Culturali.
Profondo conoscitore, tra l'altro, di Leopardi, Giuliano incita l'Italia a interessarsi nuovamente dell'archeologia, non per scavo e basta, ma "per formazione". Un elemento di critica, l'archeologia, in un mondo "schiacciato da una tecnologia logorante", Per evitare che si concluda quel processo in corso per cui "alla storia si va sostituendo la sociologia".
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