GIUSEPPINA NORCIA, L'ULTIMA NOTTE DI ACHILLE (Castelvecchi, 157 pp, 17,50 euro) Bisogna avere sangue ellenico nelle vene per scrivere un libro così. Non per la capacità stilistica di assorbire e riproporre il ritmo e il tono di Omero, ma per la padronanza di interpretarne lo spirito, appropriandosi dei sentimenti e dei princìpi achei. Dunque questa ultima notte di Achille ripropone la vita dell'eroe in una inedita versione, collaterale all'Iliade, tangenziale al corso degli eventi che attraversò Achille nella sua breve vita, e all'ardore che lo animò.
Bisogna, dunque, essere almeno siciliani, come è l'autrice, Giuseppina Norcia. A raccontare le gesta e la vita non è in prima persona la Norcia però, oppure Omero, né uno di quei tanti autori dell'epoca che, come era uso, intersecavano brani e nomi noti a nuove storie, a nuovi fatti, aggiungendo mito al mito, volti all'almanacco eterogeneo che abitava il Pantheon e più in basso l'Acropoli e la società comune, in un intreccio di destini, già scritti. La novità introdotta dalla Norcia sta nel fatto che a raccontare la vicenda è un protagonista d'eccezione: Thanatos, la Morte, il dio nero e silenzioso, colui che rimane "quando anche gli dei fuggono per non sporcarsi di dolore e di sangue, per non vedere abissi di solitudine e rimpianto aprirsi negli occhi di un uomo che muore". Thanatos, colui che tutti porta via e che accompagna Achille, in paziente attesa, dal concepimento dei passionali Teti e Peleo fino allo scoccare della freccia davanti alle Porte Scee durante l'assedio di Troia, l'inutile mattatoio. Lì dove trovano la morte i migliori: Patroclo, l'amante di Achille che di questi veste le armi, Ettore, Menesteo, Troilo. Una paziente attesa quella di Thanatos, che conosceva il destino di Achille, così come lo conosceva la splendida Teti che, pazza d'amore per il figlio, farà di tutto per renderlo immortale. Ci riuscirà, ad eccezione di quel tallone. Lui, nelle pagine della Norcia è il giovane malinconico che avrebbe voluto condurre una vita ordinaria, è la potenza svogliata, che non vuole essere importunata, svegliata, non vuole la si chiami a intervenire. Se il solito Ulisse, accompagnato da Diomede e entrambi imbeccati dall'indovino Calcante, non lo avesse scovato a Sciro convincendolo a seguirli in guerra, lui avrebbe continuato - dopo essersi a lungo finto Pirra - a vivere con l'innamoratissima moglie, la bella Deidamia, che gli diede un figlio, Neottolemo. Ancora dopo il sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone e Clitennestra, ipotizzava con Patroclo l'ipotesi di tornare a Ftia invece che andare in guerra. E chissà che non sarebbe rimasto sul Pelio, con il Maestro, il centauro Chirone, ad addestrarsi, se Teti non fosse andata a prenderlo. Ma il destino è scritto e segnato, quello degli eroi poi, è scolpito nella roccia, è un "giogo".
Perché gli eroi vivono "nella paura di sparire", dunque subiscono per la guerra di Troia un "richiamo irresistibile", per quanto essa "ingiusta e bugiarda possa essere".
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