(di Mauretta Capuano)
MARLON BRANDO CON ROBERT LINDSEY, LE
CANZONI CHE MI INSEGNAVA MIA MADRE - AUTOBIOGRAFIA (LA NAVE DI
TESEO, pp. 496 + pp. 64 di appendice fotografica, euro 20)
A cento anni dalla nascita di Marlon Brando, il 3 aprile
1924, torna nelle librerie italiane il memoir dell'ultimo mito
del cinema, 'Le canzoni che mi insegnava mia madre', scritto con
il giornalista e scrittore Robert Lindsey che ha collaborato con
Ronald Reagan alla stesura della sua autobiografia. Pubblicato
dalla Nave di Teseo nella traduzione di Annabella Caminiti, con
la prefazione di Giulio Base, il libro è accompagnato da 64
pagine di fotografie in bianco e nero dalla collezione privata
dell'attore.
"A parte Elia Kazan e Bernardo Bertolucci, il regista
migliore con il quale ho lavorato è stato Gillo Pontecorvo,
anche se siamo stati sul punto di ammazzarci" racconta Brando
ricordando quando nel 1968 girarono a Cartagena con una
temperatura sempre sopra i 40 gradi il film Queimada distribuito
con il titolo Burn! e Pontecorvo stava sempre sul set con
addosso un pesante cappotto.
Il divo svela anche di aver sentito Marilyn Monroe poco prima
della sua tragica fine. "Incontrai casualmente Marilyn Monroe a
una festa. Mentre gli altri bevevano e ballavano, lei se ne
stava in disparte, quasi del tutto ignorata, e suonava il piano.
Abbiamo avuto una storia. L'ultima volta che ci siamo sentiti è
stato due o tre giorni prima che morisse", racconta, dicendosi
convinto che "non si sia suicidata".
Moltissime le donne della sua vita, con le quali è sempre
stato fortunato, ma il sogno dell'attore più affascinante e sexy
della storia del cinema era di stare con una suora. "Una volta,
in ospedale, ho anche tentato; si chiamava suor Raphael ed era
veramente bellissima" dice.
L'interprete di personaggi leggendari dal brutale Stanley
Kowalski in Un tram che si chiama desiderio, al ribelle nella
giacca di pelle di Fronte del porto all'implacabile e maestoso
Don Corleone nel Padrino, fino allo scandaloso e sconfitto in
Ultimo tango a Parigi, racconta anche di quando nel 1973 chiese
a un'amica apache, Sacheen Piccola Piuma, di presenziare al suo
posto alla cerimonia degli Oscar dove vinse la statuetta come
miglior attore per Il Padrino. "Scrissi una dichiarazione che
lei avrebbe dovuto leggere, sempre per mio conto, nella quale si
denunciava il trattamento degli indiani e il razzismo in
generale. Ma Howard Koch, il produttore della manifestazione,
riuscì a bloccare la mia amica" racconta.
Miniera di aneddoti e leggende, il memoir della vita
selvaggia di Brando è stato scritto dall'attore, come lui stesso
raccontava, "per separare la verità da tutte le leggende
inventate su di me, perché questo è il destino di chiunque sia
travolto dal vortice distorto della celebrità". Dai ricordi
commoventi dell'infanzia con la madre sempre lontana da casa che
gli aveva trasmesso però l'amore per la natura e gli animali e
che conosceva "tutte le canzoni che siano mai state scritte", al
suo impegno da attivista che sconvolse l'America puritana, agli
scontri con gli studios di Hollywood, al non essere d'accordo
con l'assegnazione di premi agli attori, al vedere il cibo come
un amico e al tenere in considerazione soprattutto le zone
grigie della vita fino al sogno di un paradiso incontaminato su
un atollo della Polinesia, questa autobiografia è un viaggio
seducente, divertente e "pieno di vita" come sottolinea Giulio
Base nella prefazione. "In questa autoanalisi Marlon Brando
evita di celebrarsi come divo e affronta sinceramente la sua
umanità imperfetta, che lo rende somigliante a ciascuno di noi"
sottolinea Base.
Frutto delle conversazioni con Lindsey, "di riflessioni
personali e scritti di suo pugno", ne Le canzoni che mi
insegnava mia madre, Brando - come ricorda il giornalista
nell'introduzione - "ha deciso quello che andava omesso o
conservato". Chiude il libro la filmografia di Marlon Brando a
cura di Mari Alberione e Cristiano Taglioretti.
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