"Sono tornato a Trieste nella mia casa di campagna.
E lì ho cominciato a riflettere e controllarmi sulla natura.
A Parigi dipingevo una sorta di post
impressionismo a modo mio; a Trieste facevo dei paesaggi nei
quali mi importava di rendere soprattutto le unità di colore.
Non andavo cercando il colore degli oggetti: la realtà mi
appariva dominata da un'irradiazione luminosa, della quale mi
studiavo di cogliere il senso tonale". È il 1906 e Piero
Marussig rientra a Trieste dopo aver soggiornato a Monaco, Roma,
Vienna, Parigi: acquista una villa in collina, Villa Maria, un
buen retiro, fonte di ispirazione e soggetto di molte sue opere,
alcune delle quali sono esposte da oggi, e fino al 9 ottobre, al
Civico Museo Sartorio nella mostra "Piero Marussig. Camera con
vista su Trieste", promossa dal Comune di Trieste e curata da
Alessandra Tiddia e Lorenza Resciniti.
La mostra, presentata in anteprima stamani, rende omaggio a
Marussig, uno dei maggiori esponenti dell'arte del '900 a
Trieste e in Italia, con alcuni capolavori provenienti dal
Civico Museo Revoltella e da collezioni private. Il progetto di
allestimento presenta i momenti salienti della sua opera: quello
triestino raccolto nella villa di Chiadino e quello milanese in
cui l'artista è protagonista della stagione di Novecento
italiano. Le opere triestine (dal 1906 al 1919), come Siesta
(1912), Serata a Trieste (1914), Concertino nel parco (1916),
riflettono la sua percezione di un "macrocosmo racchiuso nel
microcosmo della sua casa, dove interno ed esterno, natura e
città, vita privata e vita sociale coincidevano. Chiadino era la
sua Tahiti", scrive la critica d'arte Elena Pontiggia.
Nel 1920 Marussig si trasferisce a Milano e da quel momento
espone a fianco di quei pittori che credono nella traduzione
delle modalità classiche italiane in un linguaggio moderno:
Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Emilio
Malerba, Ubaldo Oppi, Mario Sironi. Accostando la propria
ricerca a quella dei colleghi, Marussig abbandona il colore
espressivo e dà maggiore solidità alle sue figure, trasformando
l'intima quotidianità tipica delle opere "triestine", in una
dimensione sospesa e idealizzata.
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