(di Francesco Gallo) Nonostante una vita maledetta appartenga spesso agli artisti, quasi un motore della loro arte, nel caso di Billie Holiday è davvero troppo quanto capitato a questa donna in una vita così breve (muore nel 1954 a 44 anni).
Così il rischio di Lee Daniels, regista de GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLIDAY (in sala dal 5 maggio con Bim e già in anteprima al Bif&st), di cadere nella facile retorica era molto alto.
Dalla sua il regista aveva da una parte una sceneggiatrice
come Suzan-Lori Parks - la prima donna afroamericana a vincere
nel 2002 il Premio Pulitzer ed esperta di razzismo e sessismo -
e, dall'altra, un'attrice come Andra Day, che proprio per questo
ruolo ha vinto il Golden Globe, affiancata dall'attore Trevante
Rhodes (Moonlight). Ecco infine la storia tragica di questa
cantante che negli anni Quaranta era l'icona della musica jazz
in tutto il mondo. Un bersaglio perfetto per il governo federale
Usa, che la trasformò nel capro espiatorio di una battaglia
contro la droga prendendo di mira la sua vita e, soprattutto, la
ballata STRANGE FRUIT, la sua canzone di denuncia contro i
linciaggi ai danni degli afroamericani. Una ballata diventata
poi un manifesto per il movimento per i diritti civili (gli
'strange fruit' del brano sono solo i corpi di vittime del
razzismo appesi per sfregio ad un albero, ndr).
Tutto nacque a New York nel 1939 al Cafè Society del
Greenwich Village, uno dei pochi locali in cui i neri potevano
sedere insieme ai bianchi. In quel locale si esibiva appunto la
Holiday, cantante di colore inquieta, stuprata da bambina, ex
prostituta e tossicodipendente compulsiva. Una sera Billie
decise di cantare per la prima volta una canzone di Abel
Meeropol, poeta, scrittore, compositore ebreo-russo, scritta per
protesta contro il linciaggio di due lavoratori di colore di una
piantagione. "Non c'era nemmeno un leggero applauso nell'aria
all'inizio - scrive nella sua biografia la cantante - poi solo
una persona ha iniziato a battere nervosamente le mani e così
tutti gli altri l'hanno seguita". Il brano divenne poi la
conclusione di tutti i suoi concerti, il suo modo di lasciare il
palco.
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