di Redazione ANSA

Bovini contro automobili

Nel progetto di Mosa Meat ha investito Sergey Brin, uno dei co-fondatori di Google. Allo stesso concetto lavorano start-up giapponesi, israeliane e americane, che hanno raccolto centinaia di milioni in investimenti. Per capire perché gli analoghi della carne destino tanto interesse bisogna andare indietro di qualche anno. Oltre alle raccomandazioni delle autorità sanitarie di moderare i consumi, almeno dal 2006 la carne è vista come una ‘nemica’ del clima. In quell’anno un rapporto Fao dal titolo “L’ombra lunga dell’allevamento” (Livestock’s long shadow) quantificava le emissioni di gas serra del settore al 18% del totale, con il metano prodotto dalla fermentazione enterica dei ruminanti (flatulenze di mucche, pecore e capre) a dare un contributo al cambiamento climatico “superiore a quello dei trasporti”. Grazie a una comunicazione centrata su questo aspetto, la notizia ha fatto il giro del mondo, con titoli come ‘le mucche inquinano più delle automobili’. Un frame, come direbbero gli studiosi di comunicazione, che resta ancora oggi molto forte. Questo nonostante la stessa Fao abbia corretto il tiro nel 2013, in un nuovo rapporto che riduce le stime del contributo al riscaldamento globale dell’allevamento e lo indica come un alleato nell’azione climatica. Le emissioni dirette del settore sono il 5% del totale contro il 14% dei trasporti, solo se si aggiungono le emissioni indirette (inclusi mangimi e… trasporti) si arriva al 14,5%. Sempre secondo la Fao, con i metodi e le tecnologie giuste l’allevamento può fare la sua parte per contenere l’aumento globale della temperatura.

Se la carne è debole dal punto di vista delle pubbliche relazioni, la domanda di carne a livello globale è sempre più forte. Secondo il World Resource Institute tra il 2010 e il 2050 il consumo di alimenti di origine animale sul pianeta aumenterà del 68%, e potrebbe raddoppiare (+88%) per le carni di ruminanti. “Con la carne coltivata possiamo produrre più carne, in modo che tutti possano avervi accesso e non diventi un prodotto scarso riservato solo ai ricchi”, ragiona Sarah Lucas, direttrice operativa di Mosa Meat. “Con un ridotto impatto ambientale e più attenzione al benessere animale”, aggiunge.

“L’allevamento tradizionale non può coprire tutto l’aumento della domanda – spiega Lucas – e produrre carne dalle cellule è molto più efficiente di allevare un animale per mangiarne una piccola porzione e scartare il resto”.